Le scosse generano domande, le risposte sono un principio di ricostruzione.
L’arte, a suo modo, cerca un passaggio per dare nuovo senso al mondo che crolla e a quello che sopravvive.
Ipocentro è l’opera pensata e realizzata da Piero Orlando e Fabrizio Di Nardo di Officina Materica, per creare un varco nella violenza della Terra, nel trauma del lutto, nell’eco acuto della rabbia, e allo stesso tempo per incoraggiare con la luce e la solidità delle assi portanti, la ricostruzione.
Un anno e mezzo dopo il terribile terremoto de L’Aquila, la Biennale d’Architettura di Venezia dedica uno spazio di riflessione ed arte per spingere lo sguardo nel baratro di una regione monca e sgomenta.
Cosa viene dopo e cosa sarebbe successo se? La minaccia non è rappresentata dalla terra che trema, perché sono il Paese instabile e l’architettura approssimativa che provocano vittime. È il palazzo che cade che uccide, non il terreno che da milioni di anni si modifica.
Ipocentro è il piano che si piega, che crolla su sé stesso, è voragine che inghiotte il suo vuoto. In quella voragine è caduto un Paese, ma ruotando attorno alla prospettiva distorta di una realtà alterata e distrutta possiamo scegliere la via d’uscita, ripensare un inizio.
I colori e le ombre di Ipocentro conducono ad un viaggio emotivo verticale. Dal basso verso l’alto e ritorno.
Giù fino in fondo alla Terra, nel pozzo delle emozioni oscure, incerte, taglienti. Da lì un cono di luce promette la risalita, offre un respiro, una nuova visione.
Oltrepassare il confine del proprio centro apre uno scenario inedito in cui spesso trovano posto gli altri. Chi soffre e chi salva.
Fabrizio Di Nardo racconta che l’idea dell’opera così come esiste oggi è nata improvvisamente in falegnameria, mentre gli artisti seguivano il taglio dei pezzi che dovevano costituire il progetto originario. “Abbiamo bloccato i falegnami mentre mettevano via gli “scarti” – ovvero gli attuali pilastri. Avevo visualizzato i quattro livelli che si sarebbero incastrati a quei pilastri. Potevo vedere i piani inclinati e la struttura verticale resistere. Così abbiamo stravolto il primo progetto e seguito l’istinto.”
Secondo Piero Orlando “L’ispirazione artistica si è manifestata prepotente e incontenibile e ha preso forma in un’opera slanciata, libera e potente, ove la struttura pesante del blocco viene frammentata e scomposta in quattro livelli diversi, sorretti e protetti da quattro elementi portanti, scalpellati e dipinti a creare un effetto metallico. Sono i pilastri di un costruito responsabile sopravvissuto al disastro, simbolo della buona Architettura che assorbe, attrae e coagula intorno a sé l’energia e la materia, per sorreggere e guidare l’uomo verso la speranza di vita e la fiducia in una sicura rinascita.”
L’arte è un linguaggio che si esprime con parole mute, per metafore e suggestioni arriva dove, a volte, la coscienza non osa spingersi.
Raccontare le tragedie è un’esperienza complessa e scivolosa, ma quest’opera materica costruita con schegge, ferite, mancanze ed equilibri, dice tutto quello che aspettavamo di sentirci dire.
Parla della nostra vulnerabilità di uomini e di fabbricanti, parla di forze oscure e dominanti, parla di un vuoto che ci inghiotte, della nostra inquietudine e di quella altrui, che per paura vorremo negare, parla di divinità silenti e di una tenace resistenza.
Il centro su cui si appoggia la capacità di resistere è il punto di equilibrio che contesta la resa.
È quel sostegno la prima risposta, il nuovo inizio.
Alessandra Grandi
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